
IL BLOG HA RIAPERTO. CHI ANCORA SI TROVA, DOPO TUTTI QUESTI MESI, A PASSARE DI QUA, PUO' CONTATTARMI PER CHIEDERMI IL NUOVO INDIRIZZO, SE GLI VA ;). LA MIA MAIL: noxdies@tiscali.it
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madonnaperdizione |
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madonnaperdizione |
19:20
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"Armati di sogni siamo invincibili"
Questo diceva un libro in libreria, oggi. Mi si è piazzato davanti arrogante e sicuro di sè, appena sono entrata.
Beh. Non è un cazzo vero.
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madonnaperdizione |
23:25
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Ecco il primo template fatto interamente da me, per me. So che non dovrei ottimizzarlo per una risoluzione alta...ma è per me, quindi l'ho fatto per me.
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madonnaperdizione |
14:44
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Test preso da http://obsidianbutterfly.splinder.com 1. Commenta questa entry e scriverò qualcosa su di te. P.s. Mi tengo la libertà di saltare qualche punto, se vi conosco appena :P ****We all had a reason to be there****
2. Ti dirò quale canzone/film mi ricordi.
3. Ti dirò qualcosa che ha senso solo fra te e me.
4. Ti dirò il primo ricordo che ho di te.
5. Ti dirò quale animale mi fai venire in mente.
6. Ti dirò qualcosa che ho sempre sperato o pensato di te.
7. Poi posta questo nel tuo splinder.
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madonnaperdizione |
13:24
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Mi sembra di sciogliermi nel tramonto, stasera, nelle nuvole.
E la sensazione assomiglia a mille piccole incrinature nell'anima, di quelle a forma di virgola e invisibili. Microfratture.
E non vorrei stare sola stasera, davvero non vorrei stare sola.
Avrò forse come compagnia un po' di questo vento che profuma ancora di pioggia e qualche pensiero da spazzare via con furia.
Forse ci sarà qualche ricordo di ieri, che ancora profuma di erba tagliata di fresco.
O forse ancora ci sarà qualche movimento delle mie labbra, a inumidirle per il caldo.
Forse è tutto qui quel che avrò stasera.
E farò finta di essere tornata bambina, quando giocavo coi miei mondi. Forse ci gioco ancora ed è questo che va tanto male.
Ma stasera non si può stare soli.
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madonnaperdizione |
20:43
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Lui era un viaggiatore venuto dall'est per portare via un po' di ovest e quel pezzo di mondo che lui cercava ero io. Ero il vento che lui voleva rubare, mi diceva sempre. Ero un fiore che non cresceva dove stava andando lui. Passarono due giorni e io non lo vidi. Era partito, non so per dove. In città forse, forse in un altro stato per quanto ne sapevo. Io passavo le mie giornate in casa, sul letto, abbandonata, stanca, disperata come la disperazione stessa. Bevevo e fumavo. Non rispondevo al telefono, tanto sapevo che non era lui. Non mangiavo, dormivo solo. Era un martedì quando la porta d’entrata si spalancò.
"Vieni con me".
Mia madre era sola, quell'estate. Da sola aveva lottato contro di me, contro la mia determinazione poetica. Da sola aveva sbarrato le porte pur di non farmi incontrare lui. Da sola mi aveva segregata in camera, a vent’anni. Da sola aveva pianto per notti e notti. La guardai una mattina. Era invecchiata e stanca.
Il giorno dopo scappai con lui. Lui me lo ripeteva sempre, quasi colpevolizzandomi.
Completamente inconsapevole, lo guardai guidare sicuro per miglia e miglia. Completamente perduta facevo l'amore con lui come fosse l'unica cosa per cui valeva la pena vivere ogni giornata. La sera mi diluivo tra le sue braccia, diventavo l'arte che durante il giorno lui fermava sui quadri, diventavo una vibrazione che lo catturava, un colore che non aveva mai visto, diventavo la realtà da cui lui scappava, diventavo la rivelazione che illuminava la sua mente. Questo sentivo di diventare tra le sue braccia e sotto il suo corpo.
Lui non me lo disse mai, ma io sapevo di essere questo.
Poche domande, nelle nostre giornate; anche quando lui partiva per giorni lasciandomi un fiocco sul tavolo della cucina. A lui i fiocchi piacevano molto, diceva che erano farfalle incastonate nel tempo. Mi aveva addirittura cosparsa di fiocchi, una sera, sotto le stelle.
Aveva imbastito anche la nostra casa con la sua arte, inumidendola di acquarelli e facendola vibrare con i suoi violini. Tenevamo drappi alle pareti al posto dei quadri. Non li capivo, in quel momento, ma ero certa che stando con lui sarei arrivata a capire tutto il mondo.
Quando mi chiese di cambiare il colore delle pareti della camera da letto, pensai fosse normale e lasciai facesse come credeva meglio.
Lo guardai dipingere tutta la casa, dopo la camera da letto.
Quella mattina tornai a casa da lavoro e trovai l'inferno.
Aveva macchiato le pareti di rosso e di blu, poi il nero, l'arancio, il verde, senza una logica, senza nemmeno un pennello, aveva fatto colare il colore direttamente sulle pareti, l'aveva fatto scivolare fino al pavimento. Aveva buttato secchiate di colore contro i muri.
Lo guardai dormire riverso sul letto e mi mancò il fiato per un istante.
Buttai via la metà dei mobili e tutti i divani, poi mi sedetti a sera sul gradino di casa e piansi per la prima volta da anni. Mi addormentai lì.
Al mattino lui venne a svegliarmi.
"Cos'è successo?", gli chiesi stropicciandomi il viso.
"Non lo so." I suoi occhi erano quelli di un bambino che tratteneva il pianto.
"Perchè hai fatto quel..."
"Non lo so."
Scuoteva la testa fissandomi.
"Va bene, andiamo dentro".
Pulimmo ogni cosa, nei giorni che seguirono. Era esausto, a fine giornata, come se avesse fatto il lavoro di entrambi.
"La senti mai tua madre?", mi chiese a bruciapelo, mentre cenavamo sotto le coperte.
"No, non spesso. Non è facile"
"Dovresti, Mia. E' giusto così, devi parlarle".
"Non ancora", la voce mi tremava. "Tra poco forse sì."
Ricordo quella sera come una delle più struggenti passate insieme. Mi parlò della sua infanzia, di quanto difficile era stata, di quanto faticosa, di come non avesse amici in adolescenza, fino a quando non aveva incontrato me. E mi parlò anche di me, di come mi vedeva, di come mi viveva.
"Quando non ci sei, è come se dovessi cercarti, a tutti i costi. Anche quando manchi per mezza giornata. Non mi era mai capitato. Sei tutto ciò che ho".
Lo guardai allibita. Commossa, ma allibita. Non mi parlava mai così: lui era il principe dei poeti, lui mi chiamava la sua altalena di pensieri, lui mi chiamava profumo di vita, luna nell'anima; lui non mi aveva mai parlato senza poesia. Quella sera, invece, era diretto e semplice come un quindicenne innamorato. Così tenero da sciogliermi i nodi stretti da anni di ombre. Più dolce di ogni poesia, più inebriante di qualsiasi musica.
Lo abbracciai come una madre, lo accarezzai tutta la notte, mentre la luna ci bagnava e il vento sbatteva le imposte indispettito da tanta perfezione. Mi sembrava di non esistere al di là di lui, al di là delle sue ciglia lunghe appoggiate sulla sua pelle d'ambra. Mi sembrava di essere le sue labbra, imbronciate e sensuali, mi sembrava di essere la fronte tremante di sogni di quell'uomo bambino così solo nel mondo. Le sue braccia erano la mia casa, per sempre, calde come quelle di Dio in persona. Il suo respiro sul mio seno era Dio in persona.
"Domani voglio dipingerti".
"Me?" quasi gridai dalla sorpresa.
"Sì, te. Chi senò? Sei la mia donna, la mia musa. Voglio dipingere te."
Ricordo la mia perplessità quando mi chiese dolcemente di spogliarmi.
"Solo la schiena", mi assicurò. Non mi garbava l'idea che un qualche riccone toscano potesse avere appeso in salotto un mio nudo, in verità, ma acconsentii, come sempre.
Le nostre serate nei due mesi successivi furono una identica all'altra e capii ben presto che il mestiere di modella non mi si addiceva affatto. Di schiena a lui, seduta a terra, appoggiata su una gamba e mezza nuda, fissavo l’asse del pavimento annoiata.
Poi, d'improvviso, all'inizio dell'ennesima seduta, mi disse, per la prima volta: "Vieni a vedere".
Credevo che il quadro non sarebbe mai stato finito. Invece mi voltai verso di lui, lo guardai stupefatta e felice corsi accanto alla tela.
Restai senza parole, senza fiato, senza pensieri.
"E' il quadro più bello che io abbia mai fatto", mi disse.
“E’ il quadro più bello che io abbia mai visto”, risposi.
Lo guardai sciolta nella penombra; ero la regina dell'universo in quel momento, non esisteva il dolore, non esisteva la stanchezza, la preoccupazione, non esisteva il rimpianto e non esisteva il rimorso, la cattiveria era un'invenzione, l'incomprensione era un'illusione. Ero completa e salva. Sì, salva. Non sarei mai potuta sparire, mai potuta morire. Lui mi aveva dato l'eternità.
"Ti amo". Glielo dissi piano, quasi in silenzio. Un sussurro che scosse le mura della casa, che la fece sobbalzare, che fece piegare le pareti sopra di noi. Quasi mi spaventai.
Mi si gettò addosso con una violenza e una passione che quasi mi fecero venir meno, mi spogliò del tutto, spingendomi contro un angolo e togliendomi il tempo anche solo di abbracciarlo e di baciarlo. Esaurì ogni forza su di me, quella sera, ogni suo desiderio fu esaudito, ogni pensiero immateriale si trasformò in realtà. Da musa ero diventata puttana e poi di nuovo musa e poi ancora puttana. Un circolo infinito, quella notte; quella notte era tutta la mia vita.
La mattina arrivò come una pioggia improvvisa.
Mi svegliai e capii che l’aveva fatto ancora. Trovai la casa completamente sottosopra, distrutta, devastata. Girai lo sguardo e lo vidi, lì, appoggiato alla parete, dormire tranquillo.
Corsi per tutte le stanze, incredula, piangente. Il mio quadro era stato gettato in un angolo lontano. Fu l’unica cosa che decisi di salvare.
Quando si svegliò, fui la prima cosa che vide davanti a sé.
“Non ho più intenzione di andare avanti così”
Mi guardò senza capire. Gli feci cenno di guardarsi attorno.
“Mia…io non so che succede, a volte. Perdo il controllo, Mia. Ho paura”
“Credo sia arrivato il momento che tu mi faccia conoscere la tua famiglia. Devo parlare con loro di tutto questo. Di te non mi fido più”. Tenni lo sguardo basso mentre gli parlavo.
“Tu non puoi conoscere la mia famiglia!”, le sue grida mi ferirono una volta di più.
“Non mi importa se ti vergogni di me. Tu devi essere aiutato e io ho bisogno di sapere”
“Sapere cosa? Cosa Mia? Ho già parlato con la mia famiglia. Dicono che si prenderanno cura di me”
“E io?! IOOOOOO???!”, inizia a sbattere ogni cosa già distrutta, ogni angolo, ogni parete.
“Calmati Mia, calmati”
Lo guardai, i capelli spettinati, le gote rosse come fuoco.
“Dammi ancora del tempo”, mi disse sussurrando “Poco tempo. Oggi tornerò in città, ho una visita”.
“Perché non ne sapevo nulla? Perché? Cosa ti hanno detto?”.
“Ancora nulla, Mia. Amore. Ti prego.” Non potevo vederlo piangere, non avevo mai potuto sopportare di vedere una sola sua lacrima di tristezza. Mi accovacciai accanto a lui.
“Non mi lasciare Mia, ti prego”
“Non ti lascerò mai”.
Mi sembrò inverno, anche se era piena estate. Un inverno grigio e melmoso.
Mi sembrò che i colori sparissero, che il mio mondo fosse d’improvviso un bianco e nero e che la mia casa non fosse più la mia casa, ma un cumulo di rovi e tegole e tagliole.
Mi sembrò di morire, in quei giorni. Non capivo dove fossi mai finita.
“Mia”.
Aprii gli occhi e quasi svenni. Era lui, seduto sul bordo del letto, pallido e triste. Era lui.
“Amore mio, dov’eri?”.
“Mia, Mia…”.
Non sapeva dir altro.
“Sono qui amore. Dimmi”.
“Sono tornato Mia, ma solo per poco. Avevo il dovere di salutarti, di baciarti ancora una volta Mia”.
E mi baciò così teneramente che la mia anima vibrò come fosse il suo ultimo respiro.
Ripeteva troppe volte il mio nome, qualcosa non andava.
“Mia, sono stato dai medici. Mi hanno dato delle cure” Aprì la mano e vidi dei tubetti con delle etichette strane. I suoi occhi erano liquidi, le sue labbra meravigliose come mai.
“Cure? Quindi starai bene amore mio?”
“Sì Mia. Starò bene. Ma no ci vedremo più”.
Assassino.
“Perché?”
“Mia. Mi hanno detto…ed è vero Mia. Tu non esisti. Gli altri non ti vedono. Ti vedo io, sì. E ti amo con tutta l’anima. Ma non esisti al di fuori di me. Quando prendo queste medicine, Mia, io non ti trovo più, non ci sei. Questa è…
Mi dispiace amore mio. Non amerò mai più come ho amato te. Mai più potrò ritrovare quel che ho in te. Mai più.”
Pianse tanto quella notte e io mi sciolsi nelle sue lacrime.
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Sono stata dalle fate. Quelle vere. Fanno cerchi meravigliosi, fiori bianchi su colline verdi.
Sono stata dalle fate con una fata e non voglio sapere più nulla del mondo.
Vorrei poter restare lì, dimenticarmi di ieri, di oggi, di domani, di sempre. Dimenticarmi le prospettive, le aspettative, i progetti, le preoccupazioni, le ombre, le luci, le strade, dimeticarmi i luoghi che conosco, dimenticarmi gli angoli dell'inconscio. Vorrei perdermi lì, restare per sempre lì. Dimenticare dove sono di casa, dove devo andare domani, cosa devo fare, cosa vogliono che faccia, cosa voglio fare. Dimenticarmi tutto. Quasi il mio nome.
Restare lì. Lì.
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Ci stavamo allontanando dalla costa.
Sarei stata pronta a giurare che fosse stato lui a svegliarsi prima dell'alba per rubare il vento ai pescatori della baia e immobilizzare la bruma nel mattino, così densa e ferma, per incidere anime dannate nell'aria.
La baia.
Non avevo mai avuto il dubbio che fosse men che il posto più bello del creato, nemmeno quelle volte in cui mi aveva maltrattata, lasciata a chiedere l'elemosina su un marciapiede. Al risveglio la ritrovavo lì davanti agli occhi, con i suoi colori umidi, quasi colanti. La baia era un quadro in seppia antico, eppur dipinto di fresco; muovendoti in certi crepuscoli, avresti potuto lasciare tracce di colore nell'aria.
Non mi pesava non avere una casa e non perchè fossi stoica. Semplicemente avevo troppo amato vivere sulle case galleggianti dei pescatori, mangiando pesce secco davanti al fuoco e avevo troppo amato i miei primi amori con i ragazzi di strada, che sanno ficcarsi nei guai, ma anche salire su un muro altissimo per regalarti un fiore che a terra non troverai. Ero nata lì, sulla strada. Tornavo spesso nella "Casa della Brigit", dove ero stata partorita, accolta come una principessa. Le amiche sagge di mia madre, "donne che la vita l'avevano rivoltata per bene", come diceva Brigit, mi offrivano sempre un pasto caldo e un lavoro sicuro. Non ero mai rimasta con loro, perchè le lacrime di mia madre da bambina mi erano bastate e i suoi occhi sapevano tutto. Io non avrei mai voluto sapere tutto, preferivo scoprire le cose ogni giorno, inventandomi i mestieri nelle piazze.
Un pomeriggio, poi, arrivò lui. Ero sulla casa galleggiante di Peter il pescatore, quella mattina e intrecciavo le coroncine di fiori per la festa di maggio che ci sarebbe stata a sera.
Avevo diciott'anni e i capelli al vento, quel giorno.
Alzai lo sguardo e lo vidi saltare a bordo, sorriso antico e pelle di sabbia. Mi affrettai a tirar fuori il carboncino e il foglio con cui guadagnavo da vivere: un viso così non mi sarebbe mai più ricapitato, di visi così ne incontri uno nella vita, se sei fortunato. Avevo provato a cercarlo nella mente, quel viso, l'avevo quasi rubato, l'avevo rincorso mille volte sulla spiaggia, seguendo la risacca, ma mai l'avevo visto. Era la mia anima, ora, che prendeva forma sul foglio; stavo disegnando la mia storia, la mia verità, la mia identità. Disegnavo i suoi occhi di uomo maturo, eppure occhi di bambino, l’età un po’ aspra sulla sua pelle, le labbra come conchiglie. Disegnavo ogni mio risveglio, ogni mio sguardo di ragazza nel sole, ogni mia lacrima, ogni grido soffocato, ogni brama, ogni mio amore, ogni mia nascita e ogni mia perdizione.
Quando mi fermai, il respiro mi mancava. Mi stava guardando.
Mi prese a vivere con sé, per anni. Non eravamo amanti, né amici. Eravamo compagni d’anima e tanto bastava. Ogni mattino ci salutavamo con un nome diverso. Eravamo folli, diceva la gente. E forse era vero.
Forse ero stata folle anche quando avevo detto sì a quella domanda.
"Succede che eri un privilegiato, un tormentato, un artista, un eroe, un dannato. E poi, una velata mattina ti svegli e nemmeno la luce incontra più volentieri il tuo viso: è quasi infastidita nell'entrare dalla finestra. Aiutami, Hannah. Voglio morire lì. Mi aiuterai?". La sua voce era stanca.
Si era ammalato. Era ancora bello come il mare a novembre e viveva d’arte, ma si era ammalato.
Ci stavamo allontanando dalla costa sulla nostra barca, verso quella grotta che lui amava e dove avevo deciso di aiutarlo a morire. Avrebbe portato il vento via con sé quella mattina, lo sentivo. E la bruma non sarebbe mai più sparita.
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madonnaperdizione |
14:15
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Io vivo ai bordi del mondo.
Vivo sul limitare della terra.
Respiro l'ultima aria del creato. Oltre non c'è nulla. Non c'è più ragione.
Io vivo due passi prima del vento.
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2.Miei inizi
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